Il raggiungimento della pensione dovrebbe rappresentare, almeno in teoria, un momento di ritrovata libertà, l’inizio di una nuova fase della vita in cui, finalmente, dedicare del tempo a sé stessi e ai propri interessi. Nella realtà però spesso ci si può ritrovare a pensare a quel traguardo con un po’ di preoccupazioni


Il motivo? Un sistema pensionistico pubblico la cui sostenibilità è messa a dura prova dal progressivo invecchiamento della popolazione, con sempre più pensionati da supportare e meno lavoratori giovani che versano i contributi. E, allo stesso tempo, la tendenza culturale che spinge le persone a fare troppo affidamento sul cosiddetto “primo pilastro” della previdenza, dando per scontato che alla nostra pensione “ci penserà l’Inps” (o chi per essa).


Aggiungiamo allo scenario delineato un mercato del lavoro sempre più “fluido”, dove i contratti tendono a essere meno frequenti e di durata inferiore, e otteniamo un quadro prospettico non certo incoraggiante.


Il problema riguarda soprattutto i più giovani – quelli cioè che hanno iniziato a lavorare dopo il 1995 e la cui pensione verrà calcolata interamente con il metodo contributivo, determinato esclusivamente in funzione dei contributi versati nell'arco della vita lavorativa.

I numeri non lasciano scampo: è ora di agire

Stando alle proiezioni dell’Inps1 che ha realizzato una simulazione sui nati nel 1980, chi andrà in pensione nel 2050 – all’età di 70 anni – percepirà in media 1.593 euro al mese, contro i 2.106 di chi è andato in pensione nel 2014, tenendo conto dell’allungamento medio della vita lavorativa.


Di pari passo, sono in calo anche i tassi di sostituzione – ovvero quanto si guadagnerà in percentuale, una volta in pensione, rispetto all’ultimo stipendio: dal 71% dei 60enni di oggi si scende al 48% per le donne che hanno compiuto 30 anni nel 2020.


Insomma, le statistiche parlano chiaro: i più giovani andranno in pensione sempre più tardi e con un assegno sempre più ridotto. Per non parlare del vasto popolo di lavoratori atipici, costituito da autonomi e titolari di partita iva. Un numero considerevole di persone che si trovano scarsamente tutelate, fuori dai radar del primo pilastro pensionistico e che potrebbero risentire maggiormente del passaggio al metodo contributivo avvenuto nel 2012.


E la crisi economica attuale non ha fatto che accelerare i tempi, avvicinando il momento in cui l’Inps non sarà più in grado di provvedere alla pensione di tutti. “La recessione economica causata dalla crisi sanitaria globale ha portato a minori contributi pensionistici, minori rendimenti degli investimenti e maggiore debito pubblico nella maggior parte dei Paesi. Inevitabilmente, ciò avrà un impatto sulle pensioni future. Alcuni saranno chiamati a lavorare più a lungo; altri dovranno accontentarsi di un tenore di vita inferiore in pensione”, riflette Marco Valerio Morelli, amministratore delegato di Mercer Italia, commentando i dati dell’ultima edizione del Melbourne Mercer Global Pension Index.

Cosa puoi fare?


Insomma, sta andando tutto a rotoli e non c’è niente che puoi fare per evitarlo? Non esattamente. Il punto è, piuttosto, che bisognerebbe spostare la responsabilità previdenziale dalle spalle dello Stato a quelle del singolo lavoratore.


Detta in termini più concreti, meglio agire d’anticipo e attivare una forma di previdenza integrativa, in modo da non farsi cogliere impreparati al momento di riscuotere i frutti di una vita di lavoro.

Quello che conta davvero è sfruttare il tempo che gioca a tuo favore: anche nel mondo della previdenza complementare è veramente un alleato formidabile. Seppure il momento della pensione può sembrare molto distante, è bene pensarci il prima possibile: tra 10, 20, 30 anni ringrazierai il giovane “te stesso” per averti messo nelle condizioni di goderti la terza età senza il pensiero di come arrivare a fine mese.

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